Archivi del mese: giugno 2009

La storia siamo noi

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono "Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera".
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.
 
Francesco De Gregori

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chi paga

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Patrizia D’Addario: «Io, pagata per Palazzo Grazioli»

Candidata alle elezioni comunali con la lista "Puglia prima di tutto" e barese. Per ora questo si sa di Patrizia D’Addario: la protagonista dell’ultima vicenda personal-giudiziaria che vede coinvolto il premier Silvio Berlusconi.
 
 Intervistata dal Corriere della sera di ieri, la donna ha riferito di essere stata inserita in lista per aver partecipato a due feste a Palazzo Grazioli, alla presenza anche di altre ragazze. Dopo aver rivelato che in un’occasione la sua permanenza nella residenza romana del Cavaliere si è protratta tutta la notte, la diretta interessata ha raccontato di aver illustrato al presidente del Consiglio la sua idea per la costruzione di un residence a Bari e di aver percepito del denaro per i due incontri citati.
Il suo nome sarebbe emerso nel corso di un’inchiesta sulla sanità pugliese (per i dettagli si veda l’articolo qui sotto), condotta dalla procura di Bari e da cui sarebbe derivato un altro filone riguardante Berlusconi. Che allo stato attuale non risulta essere indagato mentre lo sarebbe l’imprenditore Gianpaolo Tarantini. 
 
 L’ipotesi di reato sarebbe quella di induzione alla prostituzione. Da alcune intercettazioni, infatti, sarebbe venuto fuori un presunto giro di donne che, in cambio di soldi, avrebbero partecipato ai party organizzati sia a Palazzo Grazioli che a Villa Certosa. Come confermato da fonti della Procura alcune di loro sarebbero già state ascoltate dal Pm Giuseppe Scelsi e dalla Guardia di finanza.
Gli stessi fatti sono stati narrati al "Corriere" dalla D’Addario. Che ha precisato di aver deciso di parlare dopo che il suo nome, complici le polemiche sulle veline candidate a Strasburgo, sarebbe stato depennato dalla lista del Pdl per le europee e inserito tra le fila di "Puglia prima di tutto" in occasione delle amministrative per il comune di Bari del 6 e 7 giugno scorso. A cercarla, ha spiegato la donna, sarebbe stato a fine marzo Salvatore Greco, ex deputato e coordinatore regionale del movimento creato dal ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto.
 
 Secondo Greco, però, gli avvenimenti si sarebbero svolti in maniera diversa: «L’ho conosciuta a marzo-aprile scorsi quando lei si è presentata nella mia segreteria a Bari dove è stata ricevuta senza alcuna anticamera insieme ad altre persone. In quella occasione – ha sottolineato – ha detto di essere un’imprenditrice anticomunista e di essere intenzionata a scendere in campo». Discesa in campo che lo stesso Greco ha autorizzato «per rispettare l’obbligo delle quote rosa, dopo un periodo di stand by».
Dalla sua viva voce è giunta qualche nota biografica in più sulla D’Addario: «Alla fine ho saputo che ha preso 7 voti di preferenza. Poco fa – ha aggiunto – una giornalista mi ha detto che ha 42 anni, è sposata, separata e ha un figlio». In realtà, da una pagina aperta a suo nome (ma che non è detto sia vera, ndr) su Facebook risulta che di anni ne avrebbe 32.
18 giugno 2009  
       







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ciao Enrico

Di papà amo ricordare
quella frase di un’intervista a Giovanni Minoli: "Mi dà fastidio che dicano che
sarei triste, perché non è vero".
È come lo dice che mi piace: sorridendo.

Non era triste nemmeno un po’.

Era introverso e tuttavia capace di essere
anche molto estroso, in particolare con noi bambini. Ci portava alla ruota
dell’Eur, in tutti i luna park delle città che visitavamo, a camminare in luoghi
impervi e su rocce a strapiombo e poi in barca, a vela latina, quella senza
deriva, nel mare di Stintino. Mia madre racconta che lui diceva sempre: se
potessi scegliere come morire vorrei che fosse in mare. Mamma aggiungeva
scherzando che più di una volta ci aveva pure provato. Affrontava il mare in
tempesta con il cugino Paolo. Per lui il mare era un’avventura e una sfida. Una
volta io e mia sorella Maria abbiamo fatto naufragio al largo dell’Asinara,
fortunatamente papà era avanti e ha visto che non lo seguivamo più: di certo non
saremmo potute rientrare a nuoto. Mi ha insegnato il mare. Un amore assoluto. E
ad andare in bicicletta quando ero ancora piccolissima. In un giorno solo, al
Foro italico. Io cadevo e lui diceva: devi risalire subito se no ti viene paura
e non ci vai più. Sono tornata a casa con le ginocchia sbucciate ma avevo
abbandonato definitivamente le ruotine. Sono sempre i padri che insegnano ad
andare in bici, no? Con lui abbiamo imparato anche a nuotare. Un giorno in
canotto. Ha detto, a me e ai miei fratelli: scommettiamo che se vi buttate
nuotate? Io vado in acqua, voi tuffatevi, se non ce la fate vi prendo io. Ci
aiutava nei compiti. Soprattutto storia e filosofia. E ci faceva capire se i
nostri fidanzati gli piacevano ma senza dirlo: non era necessario, si vedeva
molto chiaramente.

Abbiamo quasi sempre pranzato insieme. Almeno
quando poteva tornare a casa. Noi figli si parlava, spesso si litigava, lui
soprattutto ascoltava. E ripeteva: non urlate, non urlate, per carità. Non era
severo, era fermo. Abbiamo sempre fatto almeno quindici giorni di vacanze tutti
insieme. Luglio si andava con gli amici, ciascuno coi suoi. Ad agosto insieme
noi sei. Per anni abbiamo affittato a Stintino l’ultima casa del paese quella
della signora Speranza. Allora era proprio un borgo di pescatori. Ciascuno di
noi figli aveva il suo gruppo, si cresceva insieme un’estate dopo l’altra. Poi
nel ’77 non ci potemmo andare più. Erano gli anni del terrorismo, c’erano grandi
problemi di sicurezza. Ricordo un giorno a Roma, tornando a casa col Boxer, lo
trovai da solo fuori dalla porta senza nessuno della scorta. Mi hanno convocato
a scuola dei tuoi fratelli, mi disse, dobbiamo andare subito, portami tu.
Andammo in due sul motorino, aveva il sellino da uno, io stavo in piedi sui
pedali. Al ritorno sotto casa c’era uno spiegamento di forze: ma dov’è che sei
andato, in motorino con tua figlia da solo, siamo matti? Fu l’unica volta.

Era rispettosissimo delle regole della
sicurezza soprattutto perché non voleva creare problemi ai compagni che stavano
con lui: Menichelli, Franceschini, Righi, Alessandrelli. Siamo cresciuti con
loro. Comunque: dal 77 non fu più possibile andare a Stintino. Quella casa non
si poteva proteggere. Così per due anni andammo all’Elba, poi nel ’79 i miei
decisero di portarci in Unione Sovietica. Yalta, Leningrado, Kiev. Si andò in
nave passando dalla Grecia. Mi ricordo che all’arrivo affacciandosi dal ponte
papà disse: "oddio c’è Ponomariov". Ponomariov era il dirigente che si occupava
dei partiti comunisti non al governo. Ci portarono in una casa sul mare con un
bellissimo giardino. Papà ci disse, mi raccomando cercate di non parlare in casa
perché sarà piena di microfoni, parlate all’aperto. Mia sorella Laura aveva 9
anni, ci fece impressione questa storia dei microfoni ma tanto che potevamo dire
di segreto?, gli chiedemmo, lui sorrideva. Eravamo circondati dagli uomini della
sicurezza sovietica, ci seguivano dappertutto. Se il mare era mosso non volevano
che facessimo il bagno. Quando vedevano uno di noi figli entrare in acqua
arrivavano di corsa e facevano segno col dito: "Berlinguer, no". Ci chiamavano
tutti Berlinguer. Allora andavamo a protestare da mio padre, io avevo 18 anni
protestavo molto. E così lui veniva in acqua con noi: se entrava lui non
potevano dir nulla. Capeggiava la ribellione familiare. Faceva il bagno con noi
e i sovietici a quel punto dovevano spogliarsi ed entrare in acqua anche loro.
C’era un’interprete che si chiamava Nina, allegra e chiacchierona, ma quando
veniva a cena Ponomariov diventava taciturna e rigida, si cambiava, si toglieva
i pantaloni e si metteva la gonna. Nell’Urss non siamo più tornati. Papà sì per
i funerali di Andropov, quella volta che non volle mettersi il colbacco. L’anno
dopo finalmente potemmo tornare a Stintino. Dall’80, qualche anno ancora. Di
nuovo a veleggiare, papà era sempre al timone. Gli piaceva tantissimo il
maestrale forte, mamma non voleva che ci portasse quando c’era mare ma ormai
eravamo grandi e in barca ci andavamo da soli.

Il giorno che è partito per Padova siamo
andati all’aeroporto insieme. Lui a Genova, io in Sardegna. Ci siamo salutati
lì. Quando mi hanno chiamata la notte ho capito subito che doveva essere una
cosa molto grave: lui non avrebbe permesso che chiamassero a quell’ora. A
Stintino, a casa di Speranza, non siamo tornati mai più».

bianca
berlinguer

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terra desolata

Cari,
ho seguito in questi giorni le vicende italiane attraverso i vostri articoli dall’osservatorio di El Pais, e che dire?
Per fortuna che c’è El Pais e la stampa estera!
Non so se vi stupisce sentire da una suora che è proprio angosciata per questo melodramma italiano dai risvolti ormai più inquietanti che farseschi e su cui non si può più nemmeno fare dell’ironia.

L’Italia mi pare proprio sia diventata una "terra desolata", per usare le parole del grande T.S. Eliot, popolata di "uomini vuoti".
E come dice il poeta finirà "Not with a bang but a whimper", non con uno schianto, ma con un piagnisteo.

Navigando in internet ho trovato sul sito della europarlamentare Silvia Costa una lettera di una suora sulla questione dei migranti respinti in mare.
Qualcuno che pensa c’è ancora. In tutte queste vicende non è assente solo la sinistra, ma anche la chiesa, quella istituzionale, o meglio, quella del potere e dell’8×1000, perché pure le suore sono "istituzionali"… La Conferenza Episcopale non ha saputo essere incisiva. E dire che ai vescovi, dalla loro cattedra, sarebbe bastato ricordare una sola frase del Vangelo detta da Gesù:

 "Ero straniero e non mi avete ospitato"
nel vangelo di Matteo (25, 43)

dove, pensa un po’, si parla del giudizio finale.
Su questo e poche altre cose si gioca il giudizio di Dio sull’uomo.
Sarebbe bastato solo un titolo a otto colonne, sull’Avvenire, senza commenti, senza editoriale, sine glossa, come diceva (faceva!) San Francesco. Avrebbero scontentato tutti, destre, sinistre, neocon, teodem, atei devoti, etc. Che meraviglia!
Avrebbero però avuto un illustre precursore: neanche Nostro Signore è stato simpatico a tutti!

Ma forse i vescovi sono un tanto confusi e credono davvero di averlo ritrovato redivivo nel primo ministro, che come Gesù Cristo, va alle feste con ‘veline’ e pubblici peccatori. Strano che nessuno lo abbia osservato…

Con amicizia e stima.
sr maria
(lettera a "El Pais") 

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