Archivi categoria: Poesia

i scarp da tenis

Ciao Enzo,
mi mancherà la tua strampalata poesia.
Merce rara in questi tempi di merda.
Mi mancherà il tuo sorriso, dolce.
Mi mancherà la tua musica. Anzi, no
Quella mi accompagnerà per sempre.
Insieme alle mie scarpe da tennis.
Sempre dirette – come diceva il tuo amico Faber – in direzione ostinata e contraria
Ciao !

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oltre il baratro

Compagni,
è stato bello, finché è durato è stato bello.
E’ stato bello per quelli con la macchinona, Continua a leggere

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a sangue freddo

non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?
il poeta nigeriano
un eroe dei nostri tempi
non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?
perché troppo ha amato
l’hanno ammazzato davanti a tutti
bugiardi dentro, fuori assassini
vigliacchi in divisa, generazioni intere
ingannate per sempre
a sangue freddo
Ken Saro Wiwa è morto
evviva Ken Saro Wiwa
non è il tetto che perde, non sono le zanzare
non è il cibo meschino: non basterebbe a un cane
non è il nulla del giorno che piano sprofonda
nel vuoto della notte. Sono le menzogne!
che ti rodono l’anima. In agguato, come sempre
la paura di morire
non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?
il poeta nigeriano, un eroe dei nostri tempi
non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?
perché troppo ha amato
l’hanno ammazzato davanti a tutti
io non mi arrendo, mi avrete soltanto
con un colpo alle spalle
io non dimentico, e non mi arrendo. Io non mi arrendo
è nell’indifferenza che un uomo
un uomo vero, muore davvero
quanto grande è il cuore di Ken Saro Wiwa
forse l’Africa intera. Il nulla del giorno
sprofonda piano nel vuoto della notte
avete ucciso Wiwa! Ladri in limousine
che Dio vi maledica
pagherete tutto pagherete caro
hanno ammazzato Ken Saro Wiwa
Saro Wiwa è ancora vivo
bugiardi dentro, fuori assassini
vigliacchi in divisa. Generazioni intere
ingannate per sempre a sangue freddo

Teatro degli Orrori – ’09
teatro degli orrori - ken saro wiwa

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ante zemljar

In piedi presso il muro
 
per me non esistevano ciglia
che le tue, bambina mia
nella cella per loro divento pittore
sul muro su cui sono gli sputi delle vite passate
incise nella calce
regolarmente cancellano quello che disegno
da tempi remoti, ancor prima di ogni giudizio umano
siamo pupazzi impotenti nelle mani del destino
odierai la mia impotenza, lo so:
quella che vorrebbe darti la tenerezza
nel nulla in cui siamo affondati
mentre cerchi il padre
uno più forte ti ha rapito a me
uno più forte mi ha rapito a te
le tue brune sopracciglia ha offuscato, o mia rinviata
felicità
ora sono più importanti di te i passi verso le mura della cella
hai ragione
hanno ragione
ho ragione
per il mondo in cui viviamo saremo solitari
induriti
ognuno con le proprie convinzioni
 
Ante Zemljar
 
Il prigioniero Ante 
Per Ante era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno, l’unica presa d’aria della cella.
L’uomo si abitua all’ombra.
A mezzogiorno, in piedi sulla branda, si allunga la fessura della luce: meno di un rigo, un verso, breve, passa sulle palpebre degli occhi.
C’è un nodo nel legno, e lui tocca con l’unghia e con il tempo, con la punta dell’unghia e del tempo: all’uomo serve un gioco, nella cella.
Un giorno il nodo cede; pregato dall’unghia, l’amica del tempo, che ricresce ogni giorno, il nodo cede. Si toglie come un tappo di bottiglia, e nel suo collo passa uno zampillo di luce, dritta, liscia, s’allarga a terra. Allaga il pavimento. Il prigioniero Ante si mette scalzo, ci si bagna i piedi. E’ un anno che non esce di cella: niente cortile, aria. Un anno che la porta è uguale al muro, che la porta non porta da nessuna parte. Un anno.
Strizza gli occhi. Il sole dentro il buco è un’arancia, tonda, nella mano.
I piedi si strofinano fra loro: sono due bambini, la prima volta al mare.
I piedi di Ante Zemljar.
Ante Zemljar, comandante di molti partigiani, congedato col merito della vittoria in guerra, e adesso chiuso dagli stessi compagni suoi: nemico della patria.
 
Nemico
Lui, che l’ha agguantata al collo, l’ha scrollata dagli eserciti invasori fiume per fiume, dalla Neretva alla Drina, coi calci della fame, senza nemmeno portar via una cipolla a un contadino, perché così è la guerra partigiana.
Nemico
Lui.
 
L’hanno tolto da casa.
Da Sonia, di due anni, che sa gridare già "Lasciate il mio papà!"
Adesso, sì, voi siete i suoi nemici.
 
Ante sa le percosse. Sa che un pugno da destra lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa, un pugno dritto in faccia lascia sangue a terra. Ma c’è la novità: qui le botte riescono a lasciare il sangue sul soffitto. C’è da imparare sempre circa le vie del sangue, e dei colpi ingegnosi dei gendarmi. Ante conserva il nodo. Lo rimette nel legno. La guardia non saprà. Il sole non è spia, s’infila svelto e poi non lascia impronta. Pure se perquisisce, la guardia non può dire "Qui c’è stato il sole, sento il suo odore!" Il sole non è un topo. Pure se ne finisce molto in una cella, nessuno si accorge che fuori manca un raggio, che la conduttura del sole ha un buco, che perde luce da un nodo di legno.
Ancora un po’ di mesi, poi glielo daranno il sole, tutto in una volta, sulla schiena, peggio dei colpi di bastonatura.
Sopra l’isola nuda, a spaccar pietre, Ante. Il prigioniero Ante.
 
Ha conservato il nodo.
Qualche volta, lontano dalla guardia, lo punta contro il sole, e si procura un’ombra sempre all’isola nuda, a spaccar pietre bianche e poi gettarle in mare.
Adriatico.
Perché la pena è pura, non ha valore pratico.
E il mare non si riempirà.
 
Erri De Luca

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Li du’ ggener’umani

«Noi, se sa, ar Monno semo ussciti fori
impastati de mmerda e dde monnezza.
Er merito, er decoro e la grannezza
sò ttutta marcanzia de li Siggnori.

 

A su’ Eccellenza, a ssu’ Maestà, a ssu’ Artezza
fumi, patacche, titoli e sprennori;
e a nnoantri artiggiani e sservitori
er bastone, l’imbasto e la capezza.

Cristo creò le case e li palazzi
p’er prencipe, er marchese e ‘r cavajjere,
e la terra pe nnoi facce de cazzi.

E cquanno morze in crosce, ebbe er penziere
de sparge, bbontà ssua, fra ttanti strazzi,
pe cquelli er zangue e ppe nnoantri er ziere.»

Giuseppe Gioacchino Belli, 7 aprile 1834

 

 

I due generi umani

«Noi, si sa, siamo venuti al Mondo,
impastati di merda e di immondizia.
Il merito, il decoro e la grandezza
sono tutte mercanzie per i Signori.

A sua Eccellenza, a sua Maestà, a sua Altezza
incensamenti, medaglie, titoli e splendori;
e a noi altri artigiani e servitori
il bastone, la soma e la cavezza.

Cristo creò le case e i palazzi
per il principe, il marchese e il cavaliere,
e la terra per noi, facce di cazzo. 

E quando mori’ in croce, ebbe il pensiero
di spargere, bontà sua, fra tanti strazi,
per quelli il sangue e per noi altri il siero»

 

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