la passionaria del tocai

Domenica scorsa ha fatto 99 anni Pietro Ingrao.
Raccontare il “compagno” Pietro, almeno quello che rappresenta per me, è impossibile.

E’ impossibile perchè soltanto la durata della sua vita – che abbraccia per intero il tutto “secolo breve” – è fatta di miriadi di avvenimenti che lo hanno visto, se non protagonista diretto, attento osservatore, quindi protagonista politico (quando la politica aveva altra passione).

Saltando qua e la tra la sua biografia si può leggere di un giovane poeta in camicia nera che l’abbandona immediatamente per la clandestinità nella Resistenza: poeta e partigiano. E’ direttore de L’Unità, dal ’47 al 56,  e dobbiamo a lui la prima pagina dedicata alla morte del “maresciallo Stalìn” (all’emiliana) che vista ora mi fa molto incazzare. Insieme a tutto il PCI commette errori drammatici su Ungheria e “il Manifesto”, ma li riconosce prima di altri e – soprattutto – nonostante questa sua ammissione non mette mai in discussione il suo essere “ribelle”.

Non so come dire … ma non ammaina, ne cambia bandiera. Non lo fa in modo granitico e sterile, ma spinto dal dubbio che lo aiuta a ragionare: la cosa più difficile e più bella.
Nel Congresso del 1966 è  colui – unico – che porta la richiesta al dissenso (“Compagni, non mi avete convinto…”) ed imprime nuovi interrogativi ed anche nuove strade (verranno dopo) al partito.
Da allora per tutti è l’eretico: che bella parola.

Tra i fatti che lo riguardano e che più mi appartengono vi è la sua elezione alla Presidenza della Camera durante gli anni più crudi del terrorismo: è il primo comunista a presiedere la camera bassa, ma è anche il primo presidente a restituire la tessera di partito. Sarà che allora ero bimbo, ma questo fatto mi sembrava enorme.

Un semplice gesto per spiegare istituzione e terzietà. Roba di altri tempi, adatta ad altre persone, vero ?

Domenica scorsa ho avuto modo di ascoltare in diretta, ai microfoni di Sky, la governatrice del Friuli,  discettare sull’abolizione del senato.

Il caso vuole che non condivida il pensiero di Debora Serrachiani, ne sul metodo (abbandonare il bicameralismo perfetto, che richiede modifiche costituzionali, a colpi di DDL, mi atterrisce) ne sul contenuto (apre a derive di dubbia natura) ma ascolto …
Il giornalista chiede poi un suo commento ai dubbi espressi dal presidente del Senato Grasso (più o meno i miei) e Debora – che si definisce sul suo sito “semplicemente democratica” – riesce ad affermare quanto segue: «Il presidente Grasso è presidente di tutti e presidente di garanzia, ma essendo stato eletto con il PD si dovrà adeguare alla linea del partito».
Vedendola in faccia verrebbe da dire che vorrebbe chiudere questo pensiero con un bel “eccheccazzo!” ma si trattiene.

 Allora …
posto che la linea del partito – intendendo per partito il “pidì” – varia a seconda delle fasi lunari; che il Senatore Grasso è stato eletto quando la luna, pardon, la linea era un’altra; che – SOPRATTUTTO – il senatore Grasso è PRESIDENTE di tutti i senatori e per ruolo e definizione non può avere linea di partito; di cosa sta parlando “la passionaria del tocai” ?

Che forse è corretto, pardon, doveroso che gli uomini delle istituzioni si debbano inchinare, non tanto alle decisioni delle assemblee, ma al volere del loro partito ?

Sarò forse troppo sensibile, ma trovo questa roba di una gravità inaudita

E’ da domenica sera che mi rode questa cosa e mi da fastidio, ammetto, che ad una dichiarazione di questo tipo –  diciamolo pure: di stampo fascista – non ne possa calare niente a nessuno.

Mi rincuora il fatto che al mondo c’è ancora una persona che mi ha insegnato per bene cosa sono Politica e Istituzioni.
Ancora auguri, Pietro

(non è casa nostra, ma la tessera la chiediamo indietro alla Debora, cosa dici …?)

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