una vita da mediano

Non sono un fan sfegatato del rocker reggiano, anzi, tuttavia tra le canzoni che a mio sindacabile giudizio sono degne di nota, vi è quella in oggetto che ho deciso di usare a titolo di quest’ultimo “delirio”.
Ho scelto “Una vita da Mediano” per raccontare – quanto meno tentare – la mia ultima esperienza professionale, tanto per quei magnifici versi che ti dicono che in assenza di piedi buoni devi metterti a lavorare sui polmoni (che tradotto in ambito lavorativo significa che se non c’è il posto da CEO/AD o Direttore di ‘sti cazzi prendi tutto quello che ti è possibile e fermo restando la dignità di lavoratore … “pedala” !!!!) ed anche o soprattutto per quella mitezza e dignità con cui lo racconta: “vedi capo, quando fai gol, ricordati che c’è anche gente come me che “stoppa” buchi da mattina a sera”.
A portarmi alla mente questo vecchio pezzo musicale non è stata la radio, che tanto ho ascoltato durante questi giorni, bensì il triste e banale spot di Enel circa i “guerrieri” che giorno dopo giorno si alzano per andare a lavorare (ellamadonna! ad un disoccupato che comunque con tenacia tira avanti in questo periodo infame che classifica diamo, Enel ??)

Quindi, vuoi che ai guerrieri da sempre preferisco i guerriglieri, vuoi che il termine mi sembra eccessivo per raccontare storie di lavoro (condizioni necessarie per il giusto “frullamento” di coglioni alla base di ogni “delirio”), vuoi perchè il mediano del titolo non molla mai, più per piacere del gioco, che non per la ricerca di gloria e medaglie (gli aspetti di questa esperienza di lavoro, a volte singolari a volte ironici e piacevoli) ecco che mi è venuto in mente di mettere giù due righe.

Professione: autista, meglio porta-pane.
L’ingaggio è arrivato da un Amico di un forno di Parma ed è stato colto al volo.
Per la verità la notte prima di prendere servizio non è che abbia riposato granché, perso nei pensieri di sbagliare percorso o di stirare qualcuno per le strade della “Petit Paris”, poi quando ho notato (ho impiegato poco !) che alzarsi alle “zeroquattrozerozero” per sballottare una paio di quintali di ceste di pane è fisicamente più dispendioso del fare software in orario d’ufficio, ho deciso di posticipare i problemi alla mattina seguente e di dormire la notte. La prima volta che mi son reso conto dell’orario proibitivo non è stata però la prima sveglia, ma quando quella mattina di primo settembre che mi sono ritrovato ad osservare l’autista di quella Fiat punto fermo al semaforo – verde – in fondo a via Torelli. Incrociandolo ho rallentato (sia mai che stia poco bene …) poi notando la bocca semi-aperta, la palpebra bassa e l’orario del furgone, così ho capito: ad un quarto le cinque la gente sta bene a letto. Valeva per lui, valeva per me.

Il mio lavoro era suddiviso in due tranche: un primo carico alle quattro e mezza da distribuire per negozi, bar mattinieri e l’aeroporto (che tristezza) ovvero prima periferia della città; quindi un altro carico da consegnare ad una ventina di asili (ed un bambino che ti saluta e ti viene incontro chiedendoti se gli hai portato il pane “mica” … dio, che felicità !) , ristoranti e mense. Questa di distinzione di per se non è molto importante, mi serve solo per mettere l’accento al fatto che al momento dell’alba mi ritrovavo sempre nel centro della città.
Si passava dalla desolazione aeroportuale – che tra i fili spinati e tristi lampioni dell’adiacente “base” militare a quell’ora ricorda vagamente un lager – a cieli rossi e azzurri sulla torre di San Giovanni vista da Borgo del Correggio: per 95 volte l’immagine che ho visto non è mai stata la stessa. Come mi è capitato di dire alla Dona – grandissima conoscitrice dei segreti di Parma, con cui un giorno o l’altro ho in mente di visitare con giudizio il nostro Oltretorrente – la luce mi ha fregato. Parma si presta, per carità, ma quella prima luce insieme a quel silenzio avevano qualcosa di magico.

Purtroppo, troppo spesso, la “poèsia” veniva interrotta dalle incombenze delle consegne che nei primi giorni ti risuonavano più o meno così: per quale ragione il pane si consegna alla stessa ora in tutti gli asili che hai in carico ? Poi, col tempo, capisci che puoi organizzarti meglio, con un poco di mestiere puoi farti voler bene dalla cuoca, così da tollerare anche un dieci minuti di ritardo e poi che con il fatto che non sei proprio autista, ma un porta-pane (speedypizza specialized) ti porta in qualche modo – visto orario e traffico – a sostituire alla bisogna il codice stradale con il buonsenso.
Andiamo per gradi.
Il limite di velocità è orario, Fino alle sette, sette e mezza più che al contakilometri devi badare al contagiri, così da non mettere troppo sotto pressione la “macchina” (i porta pane non parlano di furgone, camioncino o furgonato, bensì utilizzano il termine “macchina” che risulta essere omnicomprensivo di tutti mezzi atti al trasporto del pane e dei derivati dalla farina) dimostrando di avere, appunto, un poco di giudizio. Come anticipavo però buonsenso (insieme a telecamere e velox) limita l’immaginazione di trovarsi sul percorso cittadino di Montecarlo, ma per onestà si deve aggiungere che quando vieni sorpassato a dx da un “missile” di ArteDxxxxxx e buttando un occhio al tuo contakilometri scopri che viaggi quasi a 80 all’ora, capisci che il “buonsenso” è molto soggettivo. Dopo le sette mezza, i mezzi pubblici, il bordello dei mamma e papà che portano i virgulti a scuola, riporta tutto a dimensione più naturale e rimanda il circuito – questa volta di Indianapolis – alla mattina seguente. Di una cosa però puoi star certo, dove c’è l’ingorgo, li due volte su tre ci sono i vigili urbani. In tutta onestà devo ammettere che il mio rapporto con la “polizia locale” è stato assolutamente cortese e molto tollerante, consentendomi così di sostare, con loro autorizzazione, anche in posti non proprio brillanti. Questo sempre, salvo due casi: uno portava un’uniforme da “guera”, Glock di ordinanza e basco spagnolo su viso squadrato da duro, che sembrava appena uscito da “Delta Force” con Chuck Norris … si insomà un cojon; ed un’altra, ancora più stupida, che in pieno, sprezzante, orgasmo di potere di malaeducazione faceva presente che se i suoi colleghi mi facevano sostare per trenta secondi davanti un passo carrabile a lei non gliene fregava una beata mazza e … circolare.
Ad oggi – toccando ferro – di multe non ne sono arrivate, per cui va bene così.
Altro punto era ingraziarsi le cuoche. Io di ruffianarmi le persone non son capace, quindi ho tentato di cercare un accordo con loro, modificandomi il giro secondo chi prendeva per prima servizio, così da anticipare le consegne. A chi ha capito ho portato anche una pasta in omaggio: una roba talmente triste che mancava solo il bianco e nero da neorealismo di Zavattini e De Sica, ma in qualche modo l’accordo è stato stretto.
Hanno capito (quasi) tutte, anche a quella cuoca a cui ho spiegato del ritardo accumulato per via del delirio a cui ero andato in contro la mattina: rottura del circuito dei freni del mitico Fiorino (rallentavo con il freno a mano) e delle suore in contromano. Detta così è evidente che sa molto di balla, ma quando in Borgo Dalmazia, un poco prima delle otto, viene in contromano una Fiat Idea con due suore – quella che guida, rotonda come una micca di pane, a cui scappa un sorriso, mentre la passeggera, più anziana, probabilmente la “superiora”, ti guarda invitandoti al compatimento per lo stordimento della sua autista – resti gelato insieme alla fila di bestemmie che stavi per tirare (Per la verità qualcosa deve essermi scappato: a metà novembre mi sono rotto un malleolo consegnando il pane nell’unico asilo ove campeggia la bandiera gialla e bianca di Città del Vaticano. Dio c’è, ho le prove, meglio, le lastre). Comunque gelato o meno ho avuto occasione di “sbrinarmi” poco dopo quando il pedale del freno arrivando a fine corsa diminuiva solo di un paio di parsek la velocità (per altro in quel momento, fortunatamente, contenuta). Prova tu a spiegare seriamente un lavoro del genere …

In 95 giorni ho fatto più o meno ottomila Km. Detti così non sono ne tanti, ne pochi. Se però ti fermi a pensare che sono fatti in solo in città, sono una bella rottura di maroni.
Visto le mie precedenti ammissioni di colpa, non dovrei eccedere su questo punto, ma regolandomi con il buon senso, ecco … non sono ancora arrivato a picchiarmi. In ottomila km ho visto due accenni di rissa, uno in particolare talmente drastico e violenti, dovuto a motivi assolutamente futili, che mi ha pietrificato. Sono sceso dal furgone per placare gli animi tra i due “cowboys”, ma ammetto in modo assolutamente impreparato. Si è risolto tutto “grazie” alla fuga di quello che tra l’altro aveva pure ragione, lasciandomi veramente l’amaro in bocca: se questo è l’andiamo son ben contento di abitare fuori città.

Come ho detto prima ho riscoperto una bella città. Mediamente sporca, come PURTROPPO tutti i luoghi poco più antropizzati di un piccolo villaggio (e perdonate la caduta di stile, ma chi porta a cagare un cane davanti una scuola, un bancomat, un ufficio delle poste e non si preoccupa di pulire, non c’è servizio municipale che tenga: è un idiota), ma complessivamente bella, bella, bella. Se questa è stata una riscoperta e stata invece una gradita novità scoprire che a Parma c’è anche una discreta fauna. Certo ci sono le Nutrie nel torrente ed in qualsiasi prato di periferia, ma essere attesi da decine di fagiani in Via Budellungo, dove le lepri corrono dal campo sportivo fino al giardinetto dell’asilo oppure scorgerli in Via Mantova, mi è piaciuto non poco.

Ho scoperto anche altra fauna, per la verità ben più strana.
Ora, così come Gaber non aveva nulla contro lo squash, personalmente non ho nulla contro il joggin.
Farlo alle cinque della mattina, con la tutina verde pisello, gli scaldamuscoli in “pandan” con il pile (per sudare, of course), il make-up talmente perfetto che tradisce una alzataccia di almeno un’ora prima e – porca miseria -il cappellino da croupier (ma che cazzo di sole vuoi che ci sia alle cinque di mattina !) mi da l’impressione di essere davanti ad una nuova specie: fisicamente uguale alla femmina dell’uomo, ma intellettualmente avanti, troppo avanti … la “vagina double or triple”.
Lo so è una definizione decisamente sessista, me ne vergogno: è sbagliato indicare una nuova specie anteponendone il sesso come carattere distintivo dell’idiozia (io di uomini a quell’ora e con quelle “taccate” non ne ho visti, ma magari perchè impegnati nel farsi la ceretta che dicono vada di gran moda oggigiorno !) tuttavia è quanto ho osservato e che mi ha portato anche a riflessioni (banali, ammetto) sul nostro vivere e su come usiamo il nostro tempo.
Forse, per ritornare al rocker di Correggio, con una nuova canzone, c’è anche chi vuole riposarsi solo dopo morti, per la voglia protagonismo e la necessità di viaggiare in prima.
Chissà, magari han ragione loro, ma un bel bagno di sudore, fatto per portare in giro (e a casa) il pane aiuta a vedere le cose sotto altri punti di vista.

A me è servito. Se non altro ad essere più “mediano” di prima.

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